Il cartografo – prima parte

“E così vuoi sapere qual è la cosa piú strana che ho visto? Senti qua. Circa 10 anni fa stavo esplorando l’entroterra a nord della baia delle gorgoni – il nome gliel’ho dato io naturalmente, e non c’è bisogno che ti spieghi il motivo – e mi ritrovai a superare una serie di colline via via sempre piú aride. Dopo il quarto avvallamento mi si aprì di fronte una conca desertica della quale a stento intravadevo i limiti. E nel mezzo a quella distesa di sabbia e pietre c’era qualcosa che mai avrei immaginato di trovare e che pensavo non potesse avere nessuna utilità in quel deserto. Nero come un tizzone bruciato e lasciato marcire per secoli, dritto e allo stesso tempo sinuoso come una murena, con quella luce -anche se non so se sia giusto definirla tale- spettrale, carica di odio insensato. É questo che mi trasmetteva quel dannato faro in mezzo al deserto. Come se fosse li a guidare una flotta di ottuse navi striscianti in cerca di dannazione.

Anzi, è proprio quello che faceva! Mi stavo accampando per la notte, che quel giorno sembrava non voler arrivare, quando li vidi arrivare. Nella tempesta perenne, tra i soliti intrichi di lampi e saette, si aprì quello che dopo riconobbi come un varco. Ah, non chiedere per dove, se solo ti raccontassi cosa c’è dall’altra parte probabilmente impazziresti.

Comunque, la scena che mi si paró davanti fu questa: il faro maledetto esplose un raggio luminoso rosso e viola come viscere di un verme purpureo, verso l’alto ad incrociare le nuvole. Un occhio malvagio dalle ciglia serpeggianti si spalancó all’improvviso. Ero a quasi due leghe di distanza, ma potevo sentire chiaramente il male pulsare nell’aria. Dal cielo caddero goffamente e pesantemente delle bestie viscide ed enormi, come incroci tra balene e lumache, sul cui dorso brulicavano esseri infernali. Spianai il mio cannocchiale per vedere meglio. Erano deformi, come un’accozzaglia di artigli, tentacoli, zampe e altre membra che non avevo mai visto prima. Chissà quale dio si è divertito a mischiare così male bestie e orrori dell’abisso. Non avevano la proporzione e la studiata architettura di una chimera -chi ha creato quella bestia è un vero maestro!-, erano insensati miscugli di esseri che si dimenavano. Io li chiamo orrori del caos.

Sarei dovuto scappare a gambe levate, come del resto ha fatto quel codardo del mio mulo mentre io ero rapito dalla scena. Ma qualcosa mi attiró e mi trasmise abbastanza coraggio per rimanere. Dal versante opposto al mio comparvero cinque cavalieri in armature di pietra -quello mi sembrava, guardando dal cannocchiale- che si misero a combattere con gli orrori, devastandoli brutalmente con esplosioni fulgide, con fendenti velocissimi e precisi, con armi dalla foggia strana e dalle dimensioni impressionanti. Nei miei viaggi avevo sentito parlare dei cavalieri di pietra, ma non pensavo che li avrei mai visti realmente in azione.

Ad ogni orrore morto seguiva una fiammella cremisi che saliva verso l’alto, ogni incantesimo illuminava il cielo con decine di fiammelle che lasciavano quel deserto per tornare nel loro dannato inferno, e ogni volta la torre sussultava come ferita, sofferente, in agonia.

Vedevo la luce in cima al faro affievolirsi sempre piú, mentre i 5 cavalieri di pietra sterminavano quegli obbrobri e mi sentivo rincuorato perché sapevo che sarei sopravvissuto anche questa volta.

Sono queste le cose che mi fanno sentire vivo, che mi fanno amare quello che faccio. Non andrei in giro ad esplorare quest’isola se tenessi piú alla vita che alle emozioni. Che poi, penso che il mio lavoro qui sia totalmente inutile. Ho come l’impressione che l’isola cambi forma continuamente.

Tornando indietro da quel deserto, notai che le colline erano diverse. Sono un cartografo, è il mio mestiere riconoscere delle colline. E quelle erano cambiate. Di poco, ma erano cambiate. E infatti non mi portarono alla baia delle gorgoni, ma in un villaggio che avevo superato mesi prima.

Beh mi andó bene lo stesso: ero senza cavalcatura e quasi senza viveri.

Cos’era quel faro? Ti diró come la penso. Quest’isola viaggia, si muove in un senso che non possiamo conoscere. Sopra, sotto, non so. Lascia stare il paradiso e l’inferno di quei predicatori laggiú, credo ci sia molto di piú.

Forse quando l’isola è passata dal posto dove vengono gli orrori si è portata dietro il faro e ora quegli esseri orrendi lo usano per tornare qui. Oppure qualcuno lo ha costruito per richiamare il suo esercito di mostri. Ho sentito anche qualcuno che diceva che era una divinità che richiama i suoi adepti per liberarla dalla pietra e conquistare la terra.

Quello che é certo é che nemmeno i 5 eroi piú potenti che abbia mai visto hanno provato a distruggerla. Infatti, quando finì la battaglia i 5 si dileguarono, ognuno in una direzione diversa, senza nemmeno toccare la torre ormai senza segni di vita.

Solo dopo qualche ora, mentre mi stavo riprendendo e decidevo di tornare indietro, sentii chiaramente una pulsazione malefica. Il faro non era morto. Stanco forse, addormentato, ma non morto. Perché forse non puó morire ció che non é vivo.

Ora basta, beviamo che ho la gola secca. Ho voglia anche di una bella ragazza, quindi tra un po’ sloggia, va bene?

Cosa? Se ce ne sono altri? Sto girando in lungo e in largo e se ce ne sono li troveró: se quest’isola non ha un contorno definito, almeno avrà qualche maledetto punto di riferimento per poter disegnare almeno una maledetta mappa, ah, ah, ah.”

Questa voce è stata pubblicata in narrativa. Contrassegna il permalink.